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L’importanza di un’esperienza di visita coerente per il successo in fiera: il caso Tapì Group

In un contesto “industriale spinto”, nel Business to Business di eccellenza, vige spesso l’idea che soltanto gli elementi tecnici di prodotto, quelli razionali, determinino la scelta del cliente.

Entro certi precisi confini non c’è nulla di più vero; tuttavia conoscere gli elementi tecnici richiede tempo e impegno, e prima di concederli ad un’azienda un compratore deve essere “convinto” che sia opportuno approfondire proprio quel prodotto.

Nella situazione della fiera questo fa la differenza.

Per attivare quest’opera di convinzione il più delle volte l’azienda non ha che pochi secondi, strappati in una situazione caotica e sovraccarica di stimoli; per utilizzarli al meglio uno stand deve essere un dispositivo di comunicazione quasi perfetto, in cui ogni elemento si incastra alla perfezione con gli altri per trasmettere un concetto univoco e generare attrazione.

Cosa ci spinge a dire questo? Non solo il fatto che da trent’anni ci occupiamo di fiere ed esposizioni, ma anche la nostra attività sull’argomento: da qualche anno ormai affrontiamo il tema con un approccio integrato; partiamo dalla progettazione, applichiamo le logiche del service design e aiutiamo i nostri clienti a raggiungere il risultato.

…E i benefici non si fanno attendere, come possiamo raccontare per lo stand di Tapì Group a Packaging Premiere

Tapì Group: Business to Business di eccellenza

Tapì Group produce chiusure per il settore beverage: 60 paesi, 3000 clienti che rappresentano il meglio del meglio del mondo dei distillati, del vino e della birra, della culinaria e della cosmetica: tutti contesti nei quali la preservazione dell’aroma e delle caratteristiche chimiche, fisiche e organolettiche del prodotto sono il fulcro stesso del meccanismo distributivo.

Sembra evidente che l’elemento di scelta che guida i clienti a intraprendere con Tapì relazioni industriali di lungo periodo sia eminentemente tecnico: l’incredibile capacità dell’azienda di scegliere, lavorare, nobilitare i materiali e tradurli in sistemi di chiusura, sigillatura, conservazione ad alta performance.

Ma come si trasmette questa capacità in una fiera? È possibile “spiegare” concetti complessi all’interno di un sistema dove il visitatore è letteralmente bombardato di stimoli e il rischio è sempre che ad attirare la sua attenzione siano soltanto gli slogan?

La nostra risposta, dati alla mano, è si, e possiamo raccontare come.

La fiera: Packaging Premiere

A Milano da ormai tre anni, Packaging Premiere rappresenta il meglio del confezionamento di lusso. Ogni elemento utilizzato per il packaging, ma soltanto e rigorosamente nei settori premium, luxury e heritage, viene esposto qui, dal fashion alla gioielleria, dalla winery all’alta cosmetica. Qui si ritrovano i packaging partner dei più importanti marchi del mondo.

L’approccio: Cooperative Smart Planning Framework

Tapì ha scelto Punto Ciemme per rinnovare il proprio approccio all’esposizione fieristica, rendendolo più efficace e più efficiente.

Il nostro approccio è stato da subito legato ad uno studio attento, considerata la complessità del prodotto e dell’arena competitiva: abbiamo proposto a Tapì l’applicazione del nostro Metodo CSP; in esso un framework di service desing viene utilizzato per indagare l’identità di marchio e di prodotto, calandole nel contesto fieristico ed incrociandole con gli obiettivi impostati per la fiera e con le caratteristiche dei visitatori.

Da questo approccio sono scaturiti i concetti che hanno guidato la progettazione e la costruzione dello stand, definendo l’esperienza di visita da proporre al visitatore e disegnando il perimetro d’azione degli operatori aziendali in fiera.

I risultati del metodo CSP

Attraverso l’attività di design thinking è emersa proprio la necessità di fornire al visitatore stimoli che fossero

  • Intensi
  • Coordinati
  • Rappresentativi della semantica di Tapì, cioè i significati profondi connessi a marchio e prodotto

Tutto questo per attirare e coinvolgere i potenziali clienti ed introdurli in un contesto dove risultasse naturale entrare nell’ambito tecnico.

Considerata la situazione d’insieme della fiera, analizzata la propensione degli utenti e la value proposition di Tapì, la decisione è caduta sul concept della multisensorialità.

Uno stand “sinestesico”: il lavoro coordinato dei sensi

In quanto “guardiani” della qualità di un prodotto di eccellenza, i sistemi di chiusura di Tapì sono lo strumento che preserva le sensazioni olfattive, gustative e visive connesse con quel prodotto; inoltre Tapì ha tra le proprie caratteristiche quella di lavorare diversi materiali per produrre sistemi di chiusura, prendendo da ognuno le caratteristiche più adatte all’obiettivo tecnico; la loro diversa matericità offre un gancio per aggiungere anche il tatto ai sensi chiamati in causa nell’esperienza del vistatore.

Il fatto poi di proporre a Packaging Premiere soprattutto la linea Signature, dedicata ai clienti luxury ed heritage, offre l’occasione per affrontare la dimensione sensoriale proprio da un punto di vista leisure, di creazione di piacere.

Come si traduce tutto questo in uno stand? Senso per Senso.

Olfatto:

L’utilizzo di profumatori con essenze ispirate ai materiali utilizzati da Tapì è stato il primo elemento di attrazione costruito intorno allo stand: un richiamo ad un panorama sensoriale per introdurre il cliente al mondo dei valori funzionali del prodotto della semantica del marchio, attraverso l’uso di un elemento inaspettato. Non un banale effetto sorpresa, ma una vera e propria presentazione di Tapì.

Tatto:

La scelta architettonica di materiali diversi è stata compiuta anche con l’obiettivo di fornire al visitatore la possibilità di toccare, nel senso letterale della parola, le materie prime su cui Tapì opera, richiamando un senso spesso poco utilizzato e per questo portatore di sorpresa e significato.

Vista:

Accanto alla naturale proposta della palette di brand (centrata sul blu petrolio) e dell’immagine coordinata, lo stand propone una serie di dispositivi visivi che si innestano nell’esperienza olfattiva iniziale; il primo, e più rilevante, è la rinuncia ad uno stand monomateriale per adottare come “bandiera” la diversità delle materie prime usate da Tapì: legno, ceramica, plastica, resina per rompere l’uniformità e staccarsi dal contesto circostante, generando un’ulteriore spirale di interesse.

Questo fattore più inusuale ha fatto da cornice all’utilizzo mirato di elementi più comuni, come ledwall e video emozionali; l’inserimento di questi fattori è stato armonico, con video nei quali il colore si trasforma in nebbia e in forme evanescenti, quasi a rappresentare attraverso immagini la dimensione olfattiva precedentemente introdotta.

L’illuminotecnica è stata poi utilizzata per costruire la centralità del prodotto.

Siamo partiti col dire quanto nel B2B il prodotto rimanga il centro di tutta l’esperienza espositiva, e che non sia possibile metterlo in secondo piano, pena la perdita di efficacia commerciale nell’esposizione. Se si sceglie però di disegnare un contesto di visita coerente per l’utente, anche il prodotto deve essere presentato in maniera allineata con questo contesto. Se in questo caso il prodotto è “l’oggetto magico” con cui i clienti di Tapì preservano l’opera delle loro mani, allora la sua esibizione deve essere adeguata: espositori da 100, enfatizzati da un particolare sistema di illuminazione, piastre con base a led che diffondono la luce secondo un concetto illuminotecnico utilizzato nelle gioiellerie per esibire i preziosi.

I risultati

Per Tapì Packaging Premiere è stata una fiera di successo, nella quale il traffico allo stand si è rivelato costante e soprattutto ben targettizzato; la visibilità dl brand, la sua identificabilità e il numero di contatti commerciali hanno largamente beneficiato dell’approccio scelto dall’azienda per affrontare la fiera, aprendo la porta ad un’ulteriore espansione commerciale per un’azienda già marcatamente leader nella propria nicchia.

Per noi si tratta di una sfida vinta: comunicare il valore di un prodotto industriale attraverso modalità non didascaliche significa entrare dentro il sistema di senso dell’azienda e trasmettere ai clienti anche le parti meno immediate (ma spesso più importanti) di esso.

Lo Showroom Who’s Perfect: Quando un progetto all’apparenza impossibile diventa un successo

Nei nostri contenuti tocchiamo spesso alcuni temi: la complessità e l’importanza della gestione progettualee della ricerca & sviluppo, la rilevanza di un approccio strutturato alla creazione dell’esperienza del visitatore, le sinergie che si creano quando attori di eccellenza si ritrovano a collaborare.

Il caso, per certi versi straordinario, dello showroom di Who’s Perfect a Monaco di Baviera è un’attuazione perfetta di tutti questi temi, perché si tratta di un progetto giunto in finale a The Plan Award, perché ha generato un incremento a doppia cifra nel fatturato del committente già nel primo mese di esercizio, ma anche perché funge da dimostrazione concreta della bontà dei criteri applicati.

Chi dovrebbe leggere questo articolo?

Sicuramente aziende che si interrogano sull’opportunità di intraprendere progetti di ampio respiro sul marketing espositivo, soprattutto per esposizioni stabili come Showroom e aree vendita aziendali; qui possono trovare indicazioni sul giusto approccio da tenere in questi casi.

Vi sono informazioni interessanti per chi si trovi a dover gestire progetti complessi con tempistiche molto ridotte: c’è una strada per riuscire a portare a casa un risultato d’eccellenza anche in situazioni di questo tipo, la esporremo nel corso dell’articolo

In ultima istanza anche i manager:  quelli che si chiedono come far interagire correttamente un team di fornitori di eccellenza possono trovare qui spunti interessanti.

Who’s Perfect: uno showroom ambizioso

L’azienda Who’s Perfect distribuisce in diversi paesi del mondo il meglio del design italiano; la sede di Monaco non solo rappresenta l’azienda in un’area strategica per risultati economici e di notorietà dell’insegna ma ne è anche Quartier Generale. Who’s Perfect ha intrapreso un percorso di rinnovamento delle aree espositive, culminato con lo spostamento proprio degli headquarters e dello showroom in un’area di circa 6000 metri quadri circa in una prestigiosa zona della città.

L’area presentava però alcune criticità importanti:

La precedente destinazione d’uso era a spazio di vendita, officina e gestione ricambi per un grosso concessionario d’automobili. La configurazione strutturale dell’immobile costituiva un ostacolo alla destinazione a showroom per arredo e design in quanto

 

  • L’impiantistica di struttura, soprattutto per la parte di ex officina, costruiva un ostacolo sia estetico che funzionale alla creazione di un percorso di visita coerente e adeguato (serrande mobili da far diventare vetrine, serramentistica industriale da rivedere, differenze di livello nella pavimenazione, impianti tecnici dedicati)
  • La presenza di alcuni elementi strutturali inamovibili(enormi scale, importanti pilastri di sostegno) rischiava di vincolare l’estetica ad un contesto di recupero industriale, scarsamente in linea con le basi del brand;
  • La difformità della pavimentazionerendeva necessari interventi radicali per mutare la destinazione d’uso degli spazi;

A questo vanno ad aggiungersi pesanti problematiche di tempistica: l’intero lavoro doveva essere realizzato in due mesi,per consentire a Who’s Perfect di non mancare gli appuntamenti commerciali di stagione.

In sunto, una missione all’apparenza impossibile.

Driusso associati: una scelta precisa

La direzione sceglie di affidare la progettazione del nuovo spazio all’architetto Franco Driusso, co-founder dello studio Driusso Associati | Architects. Driusso è un professionista di alto profilo abituato a confrontarsi con progetti complessi e con una spiccata sensibilità filologica. Il soggetto perfetto per affrontare un tema di revisione concettuale dello spazio.

Driusso rimane affascinato dalle altezze della struttura (10 metri totali, con primo piano e mezzanino visibili attraverso l’altezza), prima ritenute un problema funzionale, e dalla luceche attraversa lo spazio; decide di puntare sulla costruzione di un contesto espositivo quasi “gigantista”, che usi l’ampiezza dei locali come campo su cui tracciare dei grandi segniche ne esaltino proprio le dimensioni. I piloni, la scala, i piani vengono trasformati proprio in questo: segni in un equilibrio di vuoto e pieno che creino un’armonia tangibile.

Questa trasformazione viene eseguita giocando sul colore, che alternativamente evidenzia o occulta gli elementi strutturali stessi.Colore ottenuto sia con interventi diretti sulle strutture, sia con giochi di luce, e che ripropone con costanza l’identità cromatica e visuale del brand. Soprattutto con l’utilizzo dell’illuminotecnica, Driusso rende ubiquo il brand di Who’s Perfect, ne fa una costante dell’esperienza di visita. La luce ha anche un ruolo funzionale nell’esposizione: accompagna il visitatore differenziando ed esaltando le varie aree tematiche, adeguandosi ai mood delle composizioni di design presenti in ciascuna di esse.

La scelta dei materiali si presenta particolarmente difficile, perché per compiere questa operazione Driusso deve intervenire su altri elementi strutturali, “neutralizzandoli”per lasciare in vista solo gli elementi più imponenti: il pavimento, ad esempio, deve essere cromaticamente neutro: gli oggetti di design contemporaneo d’alto livello che vi saranno esposti saranno caratterizzati da finiture che devono poter essere accolte armonicamente; quello stesso pavimento però deve anche dare prestazioni elevate sia in termini di qualità, durabilità e prestazioni tecniche dei materiali. La scelta di Driusso cade su EVERTECH di Skema Design, un pavimento che oltre a tutte le features desiderate presenta anche caratteristiche di riciclabilità e sostenibilità ambientale, perfette per comunicare un contesto di Design di alta qualità, sempre connesso alle tematiche del miglioramento della vita.

La necessità di armonia e calore sono assolte attraverso la scelta di rivestire in legno una parte importante degli elementi strutturali; in questo si raggiunge un ulteriore obiettivo funzionale, bilanciando acusticamente l’ambiente e cancellando riverberi e rimbombi.

L’esperienza di visita è centrata sul benessere, dal punto di vista visivo, cromatico, acustico, illuminotecnico e impiantistico, in linea con l’idea di “ben vivere” collegata al design.

Punto Ciemme: l’arte dell’esecuzione

In questo contesto complesso Driusso richiede esplicitamente che organizzazione, sovrintendenza ed esecuzione dei lavori siano affidati Punto Ciemme: il percorso immaginato dall’architetto richiede una revisione profonda degli spazi, e presenta alcune criticità importanti

  • I tempi:il processo deve essere ultimato in tre mesi; tre mesi nei quali un’area di 6000 metri quadrati deve cambiare completamente faccia non solo su elementi estetici, ma anche su contesti strutturali che bisogna rendere idonei a questo cambiamento.
  • Le opzioni: per fornire a Driusso alternative sufficienti a garantire il risultato finale occorrono un’ampia “biblioteca” di soluzioni(materiali, tecniche) da mettere in campo
  • Il coordinamento: l’unico modo per rispettare i tempi è moltiplicare le maestranze da mettere all’opera. Questo però aumenta la complessità gestionale e l’accavallamento tra attività interconnesse.

Per riuscire nell’intento Punto Ciemme fa leva sui fattori che da trent’anni la guidano nella gestione dei cantieri, la centralità del project management nell’approccio aziendale, e l’abilità consolidata nel risolvere i problemi in ottica di rispetto assoluto dell’idea creativa.

I temi costruttivi affrontati sono molti e i problemi che si presentano sono quasi quotidiani. Un confronto costante tra Driusso e i project manager di Punto Ciemme costruisce un meccanismo rapido ed efficiente di decisione e trasmissione delle informazioni. Per tutto il resto, abilità, esperienza e dei soggetti sul campo, unite a un portafoglio ampio di soluzioni tecniche e di ricerca e sviluppo consentono di mantenere le attività all’interno di un ruolino strettissimo, senza sacrificare in nulla l’approccio creativoe i risultati estetici ed esperienziali.

Tra i temi costruttivi affrontati, una menzione particolare va all’intervento sulle enormi scale: per realizzare il concept di Driusso i project manager e le maestranze di Punto Ciemme optano per configurazioni multimateriale (cartongesso, legno e metallo); si tratta di strutture particolarmente complesse da predisporre in verticale su grandi costruzioni sviluppate in altezza, che danno per questo non pochi problemi agli operatori sul campo; tuttavia, una volta ultimate, l’aderenza all’idea di Driusso si manifesta in tutta la sua evidenza.

I nostri takeaway

Cosa pensiamo di aver dimostrato raccontando la storia di questo progetto? A nostro parere, queste sono le conclusioni che si possono trarre dal caso:

Anche in presenza di difficoltà strutturali e progettuali importanti, optare per un approccio basato su competenze di alto profilo e su capacità di visione(strategica, stilistica, emozionale) paga.

  • La precondizione per il successo è la capacità di gestione progettuale, che libera l’abilità del progettista sia riguardo alle strategie espositive percorribili, sia riguardo allo spazio creativo: quando si punta sulla capacità di visione dell’architetto, è necessario fornirgli gli spazi operativi necessari affinché possa esprimersi al meglio e generare i ritorni attesi.
  • Nella scelta dei fornitori il prezzo rimane un fattore importante (dopotutto, parliamo di attività aziendali), ma nella valutazione dovrebbero sempre entrare anche la capacità di ricerca e sviluppo, il possesso di doti gestionalie la proattività nel reperire soluzioni, soprattutto in presenza di progetti complessi con criticità importanti.

La Servitization negli allestimenti fieristici: Jacopo Pertile (AzzurroDigitale) racconta Punto Ciemme

Jacopo Pertile è un giovane imprenditore che guida un’innovativa azienda di consulenza: AzzurroDigitale; la mission di AzzurroDigitale è accompagnare le aziende nel percorso di transizione all’industria 4.0, sia sul fronte della realizzazione di soluzioni software che sul piano del pensiero e del concetto: Jacopo e il suo team si occupano infatti anche di riprogettazione dei processi aziendali secondo logiche che agevolano l’approccio digitale, ma che sono soprattutto indirizzate a costruire modelli organizzativi più agili, più consapevoli e più capaci di mettere a frutto la conoscenza insita nelle organizzazioni.

Il percorso consulenziale che Punto Ciemme offre ai suoi clienti è nato proprio da una co-progettazione con AzzurroDigitale, un tratto di strada fatto insieme che identifica Punto Ciemme (per dirla con le parole di Jacopo) come “una società di consulenza che accompagna il cliente co-progettando lo stand (…). Lo stand diventa solo la punta dell’iceberg di un processo collaborativo cliente-azienda (…) offrendo ai clienti un servizio completo che si riflette nel miglioramento dei KPI standard di una fiera.”

Per raccontare come sia nato questo percorso consulenziale abbiamo chiesto a Jacopo di darci il suo punto di vista, per spiegare meglio quale sia il suo valore aggiunto e su quali vantaggi per il cliente sia stato costruito.

D: Ciao Jacopo, ti andrebbe di raccontare come tutto è cominciato?

Jacopo Pertile: Con piacere. Abbiamo iniziato a lavorare con Punto Ciemme perché contrariamente a quanto sarebbe prevedibile, concordavamo sul fatto che l’innovazione maggiore nel comparto degli allestimenti fieristici non sarebbe arrivata dagli strumenti tecnologici: pensavamo che la differenza l’avrebbe fatta il ripensamento dei processi secondo modalità innovative. Per questo siamo partiti proprio da una “mappatura” delle possibili declinazioni della proposta di valore di Punto Ciemme; una mappatura condotta con tutte le persone dell’azienda e noi di AzzurroDigitale attraverso una metodologia di “contaminazione reciproca”.

Tra tutte le idee emerse, quella più promettente è sembrata essere proprio la “Servitization”, l’incremento della dimensione del servizio nella relazione industriale tra cliente e fornitore: abbiamo convenuto che proprio in quest’ambito la proposta di valore di Punto Ciemme non solo potesse trasformarsi, ma potesse farlo accrescendosi e moltiplicandosi.

D: esattamente in che cosa l’aumento del livello di servizio accresce il valore che Punto Ciemme trasferisce ai suoi clienti?

JP: beh, nel mercato dell’allestimento fieristico è frequente che ci sia un disallineamento tra i desideri dei clienti e le possibilità che la tecnica offre ai produttori. Una parte importante di questo disallineamento e legata ad errori di coordinamento tra le parti. Ad esempio, spesso un cliente ha un’idea dello stand che vuole realizzare, e la trasmette all’allestitore anche se non è completa. L’allestitore inizia il lavoro, e successivamente si vede avanzare richieste che a lavori iniziati non possono più essere accolte. Questo è un fattore abbastanza naturale: uno stand fieristico è frutto dell’incrocio delle istanze di più funzioni in azienda, come Marketing, Commerciale, Pubbliche Relazioni, Logistica. È frequentissimo che non tutti i punti di vista siano stati considerati prima di commissionare lo stand all’allestitore. Questo apre lo spazio per un servizio di mappatura dei bisogni, allineamento delle esigenze e progettazione condivisa: il cliente ci guadagna maggiore comprensione del proprio percorso dei propri obiettivi e delle possibilità strategiche della fiera, oltre che un prodotto più rispondente alle esigenze e più performante; Punto Ciemme ci guadagna maggiore capacità di gestire tempi e budget.

Introducendo questo livello di servizio si aggiunge valore per l’intera filiera.

D: vuoi raccontare come siamo arrivati a definire nei dettagli il servizio di consulenza cui fai riferimento?

JP: abbiamo utilizzato un approccio proprio del Service Design, con incontri ai quali hanno partecipato il CEO di Punto Ciemme Laura Calzavara, alcuni membri della prima linea di comando dell’azienda, e stakeholder esterni che abbiamo scelto di far intervenire come attivatori critici rispetto alle idee che venivano sviluppate. Attraverso un processo animato dal Design Thinking abbiamo identificato le direttrici sulle quali era necessario mappare i bisogni dei clienti, e fare emergere la conoscenza ed esigenze delle loro organizzazioni. Infine abbiamo identificato gli strumenti con cui erogare il servizio.

D: chi meglio di te potrebbe descrivere gli strumenti…

JP: grazie! Il servizio viene erogato attraverso un meeting strutturato della durata di 3 – 4 ore presso la sede dei clienti. Il meeting coinvolge 3 – 4 persone in possesso delle skills e del potere decisionale necessario per strutturare il concept dello stand fieristico o dello spazio espositivo (il servizio si applica anche alla realizzazione di showroom o negozi).

Viene utilizzato un Canvas per guidare le elaborazioni durante il meeting su cui vengono annotate le osservazioni e le conclusioni dei partecipanti mentre si sviluppano le differenti fasi del Design Thinking.

L’output del meeting è duplice:

  • da un lato un report post meeting che riporta le indicazioni progettuali condivise a cui Punto Ciemme si atterrà.
  • Dall’altro un poster visuale che rappresenta in veste di infografica da parete il percorso di elaborazione compiuto dal cliente, e che viene consegnato a quest’ultimo.

Questo secondo output ha la funzione di mettere a disposizione di tutta l’organizzazione, in maniera immediata e attiva, le decisioni strategiche in materia di esibizione del prodotto, esperienza del visitatore e in generale di Marketing Fieristico/Espositivo; lo scopo è sia diffondere le idee che farne oggetto di futura elaborazione.

D: hai accennato al fatto che il servizio non si applica soltanto agli spazi espositivi: vuoi darci qualche informazione ulteriore?

JP: certo. Il servizio di per sé è pensato per una progettazione collaborativa degli stand fieristici, degli spazi espositivi stabili come showroom, negozi, ristoranti, ma anche dei contesti di esibizione non commerciale come mostre, musei, eventi di vario genere. La cosa più interessante è che il percorso non è limitato alla progettazione di un singolo item, ma può essere applicato alla programmazione di un intero ciclo di attività come ad esempio le fiere di due o più stagioni, o l’ideazione di un modello per negozi in franchising da riprodurre, o ancora lo stesso evento su differenti basi geografiche. Un cliente ha recentemente deciso di applicare i risultati del meeting strutturato all’intera pianificazione internazionale delle sue attività fieristiche.

D: siete soddisfatti del risultato raggiunto?

JP: i risultati raggiunti ad oggi da Punto Ciemme su questo fronte sono assolutamente positivi; finora i clienti coinvolti nell’attività sono rimasti stupiti dalla quantità di informazioni e miglioramenti che il servizio porta alla loro pianificazione strategica e operativa, ma soprattutto dal ritorno sui KPI di progetto.

La cosa più interessante per noi di AzzurroDigitale è che il processo di Service Design intrapreso in collaborazione con Punto Ciemme non si ferma qui, ma prosegue attraverso i feedback che arrivano dai clienti stessi: il servizio che è nato dalla nostra collaborazione è uno strumento evolutivo, che muta al nascere di nuove esigenze nei clienti.

D: quindi evviva la Servitization?

JP: evviva un approccio progettuale strutturato sui bisogni delle persone (Human Centered Design) sempre attento alle opportunità e a tutti i sistemi che contribuiscono ad accrescere la creatività ed il pensiero critico.