Il progetto di Maria Clelia Scuteri a Piano City insieme a IUAV e Punto Ciemme

Come partner del Master IUAV Touch Fair Architecture & Exhibit Space, Punto Ciemme ha realizzato il progetto della giovane architetta Maria Clelia Scuteri, un padiglione per pianoforte per l’evento milanese Piano City 2017. A qualche giorno dalla fine della manifestazione, abbiamo incontrato Maria Clelia per saperne di più sul progetto Piano_Piano Pavilion e sulla sua collaborazione con Punto Ciemme.

Com’è nato e come si è sviluppato il progetto Piano_Piano Pavilion?

Il progetto è nato all’interno del Master IUAV Touch Fair Architecture & Exhibit Space ed è stato portato avanti nel corso di tutto l’anno accademico. Il brief prevedeva la progettazione di un padiglione per riparare un pianoforte e un pianista dal sole e dalla pioggia durante la manifestazione musicale Piano City, che si svolge da sei anni a Milano nel mese di maggio. Non era specificata la collocazione esatta del padiglione, né il suo orientamento.

Quindi inizialmente non sapevi che sarebbe stato inserito nel contesto della Rotonda della Besana?

No, l’ho saputo dopo, infatti non è stato semplicissimo capire l’orientamento migliore in base alle contingenze esistenti e alla traiettoria dei raggi del sole di maggio. Ma credo che una volta montato il padiglione avesse un impatto ottimo nel contesto, in dialogo con il parco e con il pianoforte che di lì a poco avrebbe ospitato. Il padiglione non è stata una presenza invadente, ma nemmeno invisibile: credo fosse delle giuste dimensioni per il pianoforte e per il pianista, veri protagonisti della manifestazione, ma allo stesso tempo era presente nel luogo con la giusta forza.

Come hai interpretato il brief?

Inizialmente in maniera molto libera: non avendo limitazioni di tipo contestuale nella collocazione e nell’orientamento del padiglione, fin da subito ho iniziato una sperimentazione di volumetrie molto “fuori dagli schemi”. Abbiamo seguito un metodo sperimentale, che prevedeva di partire dall’analisi dettagliata dell’immagine di un elemento naturale al microscopio, per poi trasformarne le linee guida – il codice genetico – in un progetto architettonico, tramite astrazioni concettuali.

Tu quale immagine hai scelto?

Io ho scelto le geometrie frattali del corallo caraibico. Ho estrapolato una di queste geometrie, rendendola rappresentativa di tutta la composizione. L’ho ripensata come un’ipotetica sezione spaziale del progetto architettonico e attraverso traslazioni spaziali e trasformazioni delle linee curve naturali in linee rettilinee architettoniche sono arrivata alla forma finale del padiglione.

Il progetto ha subìto delle trasformazioni nel passaggio alla realizzazione?

Sì, naturalmente: quello del progetto verso la sua concretizzazione è un viaggio metamorfico. Nella progettazione capita spesso che l’energia creativa venga meno a causa delle troppe “condizioni al contorno”, di cui sicuramente va tenuto conto, ma in questo caso ho potuto occuparmi in un secondo momento della conciliazione tra il primissimo operato, libero e creativo, e la sua “calata” nella realtà. Questo rende il passaggio sicuramente più difficile, ma dà grande soddisfazione alla fine.

«Ho scelto le geometrie frattali del corallo caraibico. Ho estrapolato una di queste geometrie, rendendola rappresentativa di tutta la composizione».

Quali sono state le trasformazioni in questo caso?

La prima è stata di scala, ovvero una riduzione sensibile in termini di dimensioni, che in origine erano quasi il doppio. La seconda è stata una semplificazione statico/strutturale: il progetto prevedeva un’inclinazione fuori piombo molto complessa. Insieme a Punto Ciemme, l’ho trasformata in una struttura interna in acciaio a 90° coperta da pannelli di legno fresati nella direzione del fuori piombo. In questo modo, l’impressione era comunque quella di un padiglione “storto”. La terza, non in ordine cronologico né di importanza, è stata una semplificazione concettuale: ho deciso infatti di soffermarmi su un frammento del progetto originale, cercando la massima sintesi e coerenza di concept con il percorso accademico fino a poco tempo prima portato avanti.

Qual è stato l’apporto di Punto Ciemme al progetto?

Laura Franco e Laura Calzavara di Punto Ciemme mi hanno seguita in tutte le fasi della realizzazione, dalle prime riunioni volte a capire la giusta direzione da prendere nella sintesi e semplificazione del progetto, agli incontri finali di realizzazione dei disegni esecutivi. Mi hanno anche aiutata con consulenze specializzate rispetto alle migliori soluzioni tecniche da adottare per rispettare tempistiche e standard di sicurezza dell’azienda stessa.

Eri presente all’allestimento?

Sì, ero presente. I montatori avevano già fatto delle prove di pre-montaggio e li ho visti molto spediti: hanno montato tutto in 3 ore scarse.

E com’è andata durante Piano City?

Sono stata presente durante tutta la manifestazione. Credo che si sia creato un giusto dialogo tra la musica, il pianista e il padiglione, che con la sua “ala” proiettata verso il cielo – che volutamente ricorda l’ingegnerizzazione dell’onda sonora – ha unito uditori, fruitori e musicisti in un’esperienza musicale condivisa, assolutamente globale e paritaria.

Com’è stato vedere realizzato il tuo progetto?

Bello! Non avevo ancora mai visto un mio progetto realizzato: finora mi sono occupata della progettazione architettonica di edifici, dove i tempi di esecuzione sono notevolmente più lunghi. Avere un riscontro sul proprio lavoro nel breve termine è uno dei motivi che mi ha spinta a specializzarmi in exhibit design.

«Credo che una volta montato il padiglione avesse un impatto ottimo nel contesto, in dialogo con il parco e con il pianoforte che di lì a poco avrebbe ospitato».